Ragazzi e social network: impedire, permettere o condividere?

Per i ragazzi di oggi (parliamo anche di preadolescenti) il social network e il loro micromondo. Lo usano per comunicare, ascoltare la musica, guardare video, a volte anche per cercare le informazioni che li servono per la scuola.

Genitori di oggi sono preoccupati che i loro figli fanno sempre fatica a staccarsi dal gadget e si allontanano sempre di più da loro.

Come creare il ponte tra le generazioni? Sembra che la soluzione ci sia! Perché quando i genitori e i ragazzi sono aperti e pronti a dialogare – tutto si può cambiare!

Abbiamo parlato con Andrea Picco, psicologo e drammaterapeuta, che insieme alla sua collega Roberta Radich ha condotto la prima conferenza attiva “Genitori Figli Interconessi “ (organizzata dall’associazione “Genitori della Città di Schio”in collaborazione con la “Fondazione Capta “
di Vicenza).

– Andrea, durante la conferenza avete presentato i risultati del  lavoro che avete fatto in tre scuole secondarie per raccogliere le esperienze dei ragazzi, farvi raccontare da loro i Social.
L’avete fatto in modo molto creativo chiedendo ai ragazzi di fare una specie di fumetto.

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Andrea: Esattamente e nel presentarli ai genitori abbiamo riassunto i disegni dei ragazzi in gruppi con alcuni titoli in modo da dare un tocco ironico alla loro lettura della situazione e dare ai genitori l’idea delle loro (dei ragazzi) principali modalità di reazione ai momenti di conflitto-mediazione con i genitori stessi. Li abbiamo chiamati in diversi modi, ad es.: i “resistenti arrabbiati” coloro che di fronte all’intervento dei genitori resistono con continui rimandi nel tempo o ricordando al genitore che non ci sono solo loro ma anche i loro fratelli per preparare la tavola o per altri lavori in casa. Alcuni tra questi si lamentano che i genitori non capiscono che nel gioco on-line loro non possono mettere in pausa e che basterebbe aspettare la fine della partita (già, ma quando?..).Questi ragazzi vivono un senso di rabbia e frustrazione, non capiscono perché devono essere privati di questo bene. Ci sono poi i “resistenti pentiti”, coloro che dopo l’ennesimo richiamo o il ritiro del telefono o del tablet si accorgono che i genitori “avevano ragione …”, come se uscissero da uno stato ipnotico e si accorgessero che esiste ancora un mondo fuori. Poi ci sono i “bravi bambini“, coloro che rispondono con una buona rapidità agli interventi dei genitori, o propongono delle mediazioni accettate dal genitore stesso, e che ascoltano i consigli dei genitori sui rischi di internet. Infine, categoria che colpisce, ci sono gli “isolati“: dai disegni si vedono ragazzi sul divano che giocano e a fianco genitori immersi nei loro smartphone, oppure piantine di appartamenti dove in ogni stanza c’è un membro della famiglia, da solo, di fronte a uno schermo o a una console. Il loro desiderio è quello che ci sia più contatto, più gioco insieme, più interazione.

Riassumendo le risposte dei ragazzi: Quale è la situazione? Quali sono le aspettative e i bisogni dei ragazzi?
Andrea: La situazione che ho fotografato all’interno dei questo intelligente progetto (“Pianeta adolescenti“) è una situazione in cui internet è parte integrante della vita intellettiva e sociale dei nostri ragazzi, uno addirittura mi ha detto che “internet è un alimento indispensabile per il nostro cervello”. E’ il concetto “indispensabile” che fa rabbrividire molti genitori. La grande differenza culturale con queste generazioni è che per loro la rete non è solo uno strumento e una opportunità ma una seconda realtà ( e cerco di dirlo senza giudizio) dove creare comunità, riconoscersi, creare e disfare gruppi e tendenze. Rispetto alle aspettative e i bisogni dei ragazzi…ve ne sono di dichiarati dai ragazzi e di quelli interpretati dal mio occhio e da quello genitoriale. I ragazzi dichiarano di voler più autonomia nell’utilizzo delle apparecchiature tecnologiche, di voler più fiducia ma molti, davvero molti, si rendono conto di aver bisogno dei genitori per gestire tempi e modi di utilizzo per non diventare dei “patiti”, come dicono i ragazzi. “Patiti” è un termine interessante, la sua radice è quella di passione ma è anche il temine che si può usare in caso di sofferenza, di qualcosa che ci ammala.

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I bisogni e le aspettative che io ho interpretato sono invece quella di una forte ma flessibile presenza genitoriale, di un genitore che non impone regole ma contratta le regole spiegandone il senso, che cerca complicità nel capire il linguaggio dei social, dei giochi on-line, che ne partecipa, che non ne rimane estraneo, che si interessa (e presiede) anche ai contenuti con cui i figli vengono a contatto. Un’altra forte aspettativa dei ragazzi è quella che gli adulti si mettano in gioco anche sul “loro” modo di usare la rete. I ragazzi dicono : “A me dice di staccarmi dal telefono ma mio papà a colazione è già sul tablet, la sera mia mamma sta sempre attaccata”.

– Perché i ragazzi di oggi sono così attratti dal social e dai video giochi? E come nasce la vera dipendenza dal mondo digitale?

Andrea: Non dico nulla di nuovo su questo tema, vi sono moltissimi libri e articoli che rispondono a questa domanda. Ma quello che posso dire io alla luce di questa ricerca-intervento è che i ragazzi sono attratti dai social perché in essi trovano relazioni. Relazioni semplificate in termini di conferme (like, followers..), relazioni che gratificano in termini di numeri (“giochiamo on-line in 136”, “ho quasi mille amici”, uno mi ha detto: “faccio parte di 52 gruppi whatsapp”). I ragazzi si sentono parte di qualcosa, scelgono il social più adatto a loro, trovano sotto-comunità con tendenze in comune. Il mondo digitale risponde sempre al nostro più antico e naturale bisogno di relazioni, appartenenza e riconoscimento.
La dipendenza nasce quando per investimento emotivo, affettivo e di tempo, un ragazzo sente che ciò che è davvero più importante per lui è il momento in cui si connetterà e il mondo della rete sopravanza i rapporti reali tanto da trattare con superficialità o eccessiva aggressività i rapporti familiari e tanto da preferire la connessione al contatto con amici reali. Ma ad uno sguardo generale alle classi che ho incontrato non ho trovato questo livello di dipendenza, anzi, il valore dell’incontro nella realtà, dello sport, dello “stare fuori” era molto sentito, e molto stimolato dai genitori.

– A che età i bambini sono più soggetti a questa dipendenza? Forse a 10 anni e già tardi iniziare a preoccuparsi e meglio agire prima?

Andrea:Non vorrei parlare di età dei bambini, ma della nostra modalità di approcciarci a loro, alla loro gestione, e a come li educhiamo a gestire il loro tempo. Perché, vedi, vedo mamme e papà che danno in mano il loro iphone ai loro figli di due, tre anni, per intrattenerli. I giochini, le app (molte davvero ingegnose e intelligenti), i video o i cartoni su YuoTube in qualunque momento e luogo siamo, sono davvero necessari? I nostri bambini ne hanno davvero bisogno? Non siamo forse noi genitori che quando siamo in difficoltà nella gestione del tempo insieme diamo in mano ai nostri figli questi mezzi che ai loro occhi (ma anche ai nostri) sono dei libri magici e meravigliosi da cui posso ottenere una gratificazione che poi cercheranno ancora? Così i bambini imparano che è noioso aspettare ad una fermata del bus insieme a mamma, che non c’è niente da dirsi in un viaggio in auto, che il mondo attorno è più noioso di uno schermo led così affascinante. Capite cosa voglio intendere?

Ormai viviamo nel mondo digitale e non possiamo negare che internet ci da anche molte possibilità. Forse tanti genitori non sanno gestire il problema perché devono imparare anche loro ad usarlo in modo costruttivo?
Andrea: Certo, molto d’accordo. Ma qual è questo modo costruttivo? Se quando mi alzo dal letto la prima cosa che faccio è guardare il telefono per vedere chi mi ha scritto e non salutare chi mi dorme a fianco per prima cosa, o avviare ad una buona giornata i miei figli forse questo non è un modo costruttivo. Forse non lo è nemmeno parlare con qualcuno avendo il telefono in mano e sbirciandolo continuamente perché sentiamo di dover rispondere immediatamente a una conversazione. Forse non lo è stare ad una riunione e contemporaneamente rispondere alle mail o cercare sul tablet altri contenuti rispetto al “qui e ora”. Già, qui e ora, è un’esperienza che facciamo sempre meno nella nostra vita. E il “là e altrove” della rete, dei social, ci può stare ma in cornici di tempo definite e chiare,cornici che devono essere chiare anche alle persone significative che sono attorno a me.

-Cosa bisogna fare per aiutare le due generazioni a trovare la comprensione in merito? Secondo Lei, potrebbe aiutare uno sperimento a rovescio – mostrare ai ragazzi le immagini e i pensieri dei loro genitori in merito all’argomento?

Andrea: Sì l’esperimento a rovescio è interessante. Ne ho fatto uno in classe che credo vada proprio in questa direzione: ho chiesto ai ragazzi di recitare la parte dei loro genitori e poi li ho intervistati sul tema dei social. Sono emersi molti valori positivi, che sono stati interiorizzati dai ragazzi. Così come alla conferenza ho chiesto a 4 genitori di “diventare” il loro figlio o figlia e poi li ho intervistati. Mettersi nei panni degli altri è un atteggiamento potente che stimola comprensione e suggerisce anche modalità di interazione.
E poi la curiosità, essere curiosi di questo mondo che appartiene ai nostri ragazzi, senza spaventarci. Provare ad entrarci dentro conservando il nostro senso critico adulto ma con la curiosità di chi è veramente interessato non ad internet ma a mio figlio e ai ragazzi inai ragazzi in genere . E, vicendevolmente, stimolare in loro curiosità per il nostro modo di vedere le cose, le nostre opinioni, idee, valori.

Voliamo aggiungere che il mondo di oggi cambia troppo velocemente, sia i genitori che i ragazzi devono adattarsi in fretta. Cerchiamo di passare più tempo insieme offline e anche online, ascoltare l’un l’altro e imparare dai nostri figli per andare a pari passi con loro.

P.s. Abbiamo chiesto Andrea quale social network usano i ragazzi?
Su tutti vince YouTube, il più usato dai ragazzi, anche nella produzione di contenuti video sotto i quali si possono lasciare commenti e controllare i followers.
Whatsapp è il social più utilizzato per le comunicazioni affettive, per gli innamoramenti e per mettersi d’accordo.
Segue Instagram (un ragazzo su tre lo usa).
Facebook è considerato da vecchi, ma 1 su 4 lo usa, a volte anche con più profili.
Seguono, Snapchat e solo pochi Musically e Twitch.
Ma una piccola comunità di ragazzi e di rispettive famiglie che meritano una menzione particolare sono coloro che non hanno il telefono. Sono dai 4 ai 7 ragazzi su 25. E vi assicuro che non ho visto in loro nessun segno di isolamento o di patologia psicologica! Anzi! E come erano guardati con sincera curiosità dai compagni! Loro stessi mi dicevano: “In fondo i nostri genitori hanno ragione, a noi non serve lo smartphone. E se devo usare internet per studio o per me uso il pc o altro”.

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